Итальянский с любовью. Осада Флоренции / L'assedio di Firenze
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Clemente tacque. Guardato prima con molta diligenza un taccuino che si cav`o dal seno di sotto alla mezzetta, rispose:
“Pi`u nulla”.
“A quando l’incoronamento?”
“I vostri ufficiali di cerimonie possono concertarne il tempo e le forme col maestro del sacro palazzo”.
“Addio, dunque, Beatissimo Padre”.
E Carlo disparve, le porte si chiusero, Clemente si trov`o solo nella stanza. Allora, declinato il capo sul camino, medit`o per lunghissima ora: all’improvviso si muove e si pone davanti alla sedia che occup`o l’imperatore durante il colloquio:
“Carlo d’Austria!” – cominci`o a dire alzando il dito e comprimendolo sopra l’angolo della tempia destra, “le libert`a dei comuni di Spagna, i privilegi delle citt`a dei Paesi Bassi, le prerogative degli Stati Germanici ti avviluppano dentro rete validissima. Tu ti sforzi con ogni ingegno per divorarli; bada, Maest`a, il tarlo rodendo si scava la tomba. La tua potenza non uguaglia il tuo orgoglio, i vasti concetti della tua mente non posano sopra anima in proporzione vigorosa; se pieno di forza rassomigli al sole di estate, come quel sole ogni giorno il tuo spirito tramonta. Maest`a, tu mi hai supplicato per ottenere dalle mie mani una corona; ah semplice che fosti! io sarei venuto in capo al mondo per offrirtela; prostrati, Maest`a, umiliati, Perch'e mi tarda importi questa corona sul capo; io la circonder`o di punte invisibili e angosciose, le quali ti penetreranno nel cranio scompigliandoti il pensiero, turbandoti del continuo la coscienza. Io ti adatter`o la corona sul capo come il collare al collo dello schiavo; che importa a me di cingertene il collo, la mano, il piede o la testa? Non per questo tu diventi meno servo alla chiesa romana! Affrettati a prostrarti, Maest`a: io m’innalzer`o tanto, quanto tu l’abbasserai; e allorch`i, Maest`a, avrai baciato la polvere dei miei calzari, ti travaglierai indarno per dominarmi sul capo. Rendimi grande con la tua vilt`a e in processo di tempo se vorrai abbattere l’idolo che tu stesso avrai fatto grande, o non ci riuscirai, o rimarrai infranto sotto la rovina di quello”.
Capitolo Quarto
La incoronazione
Finalmente il santo padre cinse a Carlo le chiome della corona imperiale. Carlo allora, giusta le formalit`a, si prostrava curvandosi al bacio dei piedi santi. Era per`o convenuto che il papa non gli lascerebbe compiere l’atto, e rilevatolo a mezzo, lo avrebbe stretto tra le braccia e baciato nel volto. Ma come resistere alla compiacenza di vedersi innanzi prostrato un signore di tante provincie? Non tutti i giorni si trovano imperatori da rinnovare tale ossequio; e poi, Clemente lo aveva gi`a detto, si sarebbe di tanto rialzato il sacerdozio quanto abbassato l’impero. Si dimenticava pertanto del convenuto: il coronato stette lunga pezza nell’attitudine dello schiavo: in quel punto la corona gli pes`o sul capo come se fosse stata una montagna; allora gli parve che il mondo, poc’anzi da lui sorretto nella mano, adesso di tutto il suo peso gli gravitasse sul corpo: come il serpente della Scrittura, lui si nudr`i di cenere e la sent`i amara, senza misura amara; sicch'e il suo cervello, compresso dal pentimento, dalla umiliazione e dalla rabbia, still`o una goccia di sudore, la quale, come quella dell’anima dannata dello scolare apparsa al suo maestro di filosofia, secondo che racconta frate Jacopo Passavanti [6] nello Specchio della vera penitenza, avrebbe avuto virt`u di traforare da una parte all’altra con insanabile piaga i piedi del pontefice, se per avventura ci fosse caduta sopra.
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Jacopo Passavanti (1302–1357) – uno scrittore e architetto italiano
Fuori del tempio il popolo urlava, insaniva, fremeva a guisa di baccante scapigliata; Perch'e nessuna scintilla d’intelletto gli balenasse su l’anima, qui `i pane, qui copia di vino, camangiari e giullari. Sopra una colonna di marmo stava l’aquila imperiale; la quale da uno de’ suoi becchi versava vino rosso, dall’altro vino bianco, e gi`u intorno alla base della colonna vedevi prostesi uomini deturpati da oscena ubbriachezza. Sicch'e l’Alamanni [7] a questo spettacolo ebbe a dire: Ecco l’aquila imperiale rende oggi a spiluzzico alla gente italica il sangue che loro bevve a lunghi sorsi in tanti anni e le lacrime che le fece in copia versare; ma gliele rende stemperate nel veleno della stupidit`a.
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Luigi Alamanni (1495–1556) – un poeta, politico e agronomo italiano
Ahi! popolo, io che ho viscere di umanit`a e sono parte di te, conosco le tue miserie e le compiango. Bevi, procurati un sonno uguale alla morte; le tue gioie consistono nel non sentire i tuoi dolori. Ora tu sei condotto in piazza, come l’orso ammansito, per sollazzare i tuoi sovrani padroni.
Dalle finestre, dai terrazzi lui ordina che ti siano gettati pane e carne. Potessi cibarti per un anno e approvigionarti lo stomaco, come la cittadella che teme l’assedio, saresti meno infelice; ma domani l’insolito cibo ti recher`a molestia, forse anche la morte. Feste, forni e forche; ecco la somma dei paterni argomenti con i quali ti governano i tuoi signori. Domani tornerai a logorarti nelle consuete officine, a bagnare di sudore i solchi dei campi; quivi travagliati da mattina a sera, e l’opera delle tue mani, il sudore della tua fronte devotamente consegna ai re e ai sacerdoti tuoi. Questi ti lasceranno la vita, ti lasceranno un pane, il cielo che ti copre e il sole che ti scalda… o che non basta? Indiscreto! Via, ti lasceranno tanto spazio di terra da riporci dentro le tue ossa, perch'e non le rodano i cani, ed ancora perch'e morto tu col fetore non gli offenda dopo che vivo tanta recasti loro gravezza e molestia.
Capitolo Quinto
Papa Clemente VII
Clemente papa ora se ne sta ridotto nella stanza pi`u riposta del suo palazzo: essa [8] era di forma ottagona con bellissime colonne di ordine ionico. Da quattro lati ci fanno capo altrettante porte di rare modanature come sapeva condurre la eccellenza dell’arte cos`i comune in quei tempi; gli altri sodi appariscono ornati di quadri rappresentanti martiri di santi, membra segate, capi fessi, brindelli laceri, che infondono, piuttosto che riverenza, ribrezzo; intorno all’architrave superiore si innalza una parete che gli architetti chiamano tamburo, e sul tamburo una cupola elegante a imitazione delle forme immaginate dal divino Brunellesco. Il servo andasse ad aprire la porta, dicendo:
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essa – la stanza
“Ecco gli oratori fiorentini.”
Si apersero le porte, e comparvero Nicol`o Capponi, Luigi Soderini, Jacopo Guicciardini e Andreuolo di messer Otto Nicolini, oratori del comune di Firenze. Giunti appena che furono al Pontefice, e si prostrarono al bacio dei santi piedi: ma Clemente, rilevandoli con la voce e con i gesti favellava:
“Alzatevi, messere Nicol`o e voi messere Andreuolo; su via, messeri Luigi e Iacopo, sedetevi. L’imperatore ha da curvarsi al cospetto nostro e baciarci i piedi: voi poi siete parenti, amici, tutti figli della medesima madre. Messere Nicol`o, che cosa fanno Piero e Filippo vostri? Venite, parliamo di Firenze nostra in famiglia. A quale stato la povera citt`a si trova condotta adesso?”
“Dentro”, – rispose severo messere Nicol`o, – “non si patisce difetto di animo n'e di vettovaglia n'e d’armi: i barbari fuori, raccolti ai nostri danni, tagliano le viti, ardono gli ulivi, le case distruggono, i popoli uccidono o sperdono. Tanta e s`i grande ingiuria appena potrebbe cagionare il terremoto; pi`u poca ne far`a il giorno finale; dappertutto seminano il deserto…”
“O Firenze mia, dove ti porteranno questi sconsigliati? Vediamo, fratelli, di rinvenire fra noi modo che valga a salvarla dalla rovina. Accordiamoci a cacciare via i barbari che la divorano… queste immani bestie tedesche, che dalla voce e dall’aspetto non hanno niente di umano, come scriveva la buona anima del nostro messere Nicol`o....”
“Padre Santo, fuori di misura piacevole riesce allo spirito nostro contristato”, – riprese a dire il Capponi, —“l’intendere la buona mente della Santit`a Vostra verso la patria comune… vostra [9] madre e mia. Brevi i patti della pace e consentanei al giusto. La libert`a si conservi, si restituisca il dominio, del presente reggimento nulla s’innuovi”.
“Libert`a!” – interruppe il Pontefice a mano a mano infervorandosi nel dire: “e parvi libert`a questa dove senza ragione parte dei cittadini s’imprigionano, molti pi`u si perseguitano, alcuni si mettono crudelissimamente a morte? Vi sembrano modi civili ardere il palazzo Salviati a Montughi, ardere il nostro a Careggi, proporre di spianare l’altro a Firenze e farci una piazza in vituperio della casa Medici chiamata dei Muli? Ditemi si `i onesto e ordinato quando nella citt`a i pi`u tristie senza pena penetrano nei tempi di Dio, le immagini votive dei miei maggiori riducono in pezzi, me tamburano e vogliono dichiarare ribelle, me vicario di Cristo appiccano in casa Cosimino? Non parliamo di questo. Or via, nobili uomini, alsoltatemi: io voglio avere un reggimento Firenze dove, senza offendere la libert`a, uno della mia famiglia, o Ippolito o Alessandro, sia considerato come principale cittadino, voi altri ottimati della citt`a gli componiate un senato il quale insieme con lui attenda alle pubbliche bisogne. Poich`i le fortune e la virt`u di per s`i stesse distinguono l’uomo e il cittadino della povert`a e dalla ignoranza, sanzioniamo con legge quanto apparisce necessit`a di natura”.
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vostra = Sua (старая форма вежливости: вместо Lei используется voi)
“I padri nostri si legarono una volta, combatterono i grandi e li vinsero: adesso noi, degeneri dalla virt`u paterna, vorremo al nostro posto istituirci grandi e porre nella nostra terra il mal germe di prossima discordia?…”
Clemente soprastette alquanto prima di rispondere, imperciocch`i vedeva ogni arte riuscirgli meno; finalmente, tenendo la faccia dimessa a terra favell`o:
“Rimettetevi dunque nelle mie braccia: io mi comporter`o con voi non come sudditi ribelli, ma come figliuoli [10] traviati.”
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figliuoli = figli
Iacopo Guicciardini, sentendosi divampare il sangue, l’ira prorompergli dai precordi, grid`o: “Sudditi ribelli! Alla croce di Dio, da quando in qua siete voi re di Firenze, Giulio dei Medici? Cristo solo governa come principe la nostra citt`a.... Aprite, Giulio, l’animo vostro intero. Ormai non ingannate nessuno, n`i uomini n`i santi. Voi intendete assoluto signore dominare su Firenze. Voi vorreste che le nostre teste siano scalini per salire sul trono e quindi le prime ad essere calpestate. Portiamo via, liberi uomini, da questa reggia, che non ci subisse sul capo, dacch`i l’ira di Dio ci gravita sopra. Fin qui le preghiere e gli scongiuri furono carit`a patria, adesso sarebbero turpitudine e miseria. Il David del Buonarotti si mover`a prima a difendervi che il cuore di questo Filisteo si ammolisca. Venite a giurare nella chiesa di Santa Maria del Fiore di liberare la patria o seppellirci sotto le rovine di lei”. E concitato lo sdegno, da dolore e da impeto inestimabile, pone la mano sul battente della porta per uscire.