Итальянский с любовью. Осада Флоренции / L'assedio di Firenze
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“Giovanni Bandino, voi mi oltraggiate”.
“Dio me ne guardi! – le azioni meglio magnifiche che il mondo ammira trassero spesso principio da pi`u ignobili cause: ormai ho passato il mezzo della vita, n'e gi`a mi sono giocato gli anni, come voi i fiorini di papa Clemente; conobbi i grandi dell’et`a nostra; piuttosto che eroi davvero, mi parvero giocolieri di fama – e cos`i penso che fosse la maggior parte degli antichi…”
“Ma la notte `e troppo scura, e Dio manda gi`u acqua a bigonce… in qual modo si distingueranno le insegne? Come si ripareranno dal fango? I capitani biasimeranno questo mio ordine come pessimo accorgimento di guerra…”
“I capitani prima di tutto obbediranno, – e qui sta il meglio; – poi risponderemo loro essere capitani di vecchio stile: quanto pi`u disagiato il tempo, tanto pi`u verosimile si trovi sprovveduto il nemico; il certame a luogo e a giorno fissi occorrere nella tavola rotonda soltanto, e dal re Arturo in poi aver progredito l’arte militare: ancora, se, giusta il costume di Firenze, hanno le milizie nemiche festeggiato il presente giorno, come vigilia di San Martino, a quest’ora dormono sepolti nel vino: la pioggia stessa e la oscurit`a vi danno favore; a cagione della prima, la polvere bagnata non conceder`a si sparino le artiglierie; a cagione di questa, quando pure le potessero sparare, non saprebbero in che punto colpire… Sapienza militare; accorgimento astuto, amore di gloria – e sopratutto necessit`a di rifare i denari consigliano ad assalire Firenze tra due ore.
“Siete pure i cervelli sottili voi altri Fiorentini! Fra due ore l’assalto: `e detto!”
…All’improvviso rimbomba un colpo d’artiglieria. Il cittadino di Firenze balza a sedere sul letto e tende l’orecchio, timoroso di non essersi ingannato. Un altro colpo, – Ch’`i questo? Qual nuovo caso ci minaccia adesso? Comincia la campana dei Signori, rispondono le campane di santa Reparata, tutti i campanili della citt`a suonano a stormo; le artiglierie spesseggiano i tiri.
– Misericordia! questa `e l’ultima notte della mia vita! E il cittadino poc’anzi lieto delle tepide piume si gitta gi`u scalzo sul pavimento, apre le imposte e nudo si espone al gelato mordere dell’aria; ode un frastuono confuso di gente che corre e che grida, ma non gli riesce distinguere cosa che valga a toglierlo dall’ansiet`a. Si veste in fretta, cinge la spada e, nulla badando alla pioggia, al freddo, ai pericoli, precipita sulla pubblica via. Vi furono padri di famiglia i quali, inteso il primo colpo di artiglieria, si tolsero pianamente dal lato alla moglie, sperando e pregando ch’ella pure dormisse; ma la consorte si sveglia e desta i figli, e con essi loro si pone traverso la porta, contendendo al marito l’uscita; i figli gli stringono le ginocchia, la moglie lo abbraccia su i fianchi; pianti e singulti che spezzano il cuore: “Oh! non uscire, perderai la vita.” “Figliuoli miei” – parla blando il buon cittadino, – “mia dolce consorte, s’io pur rimango, il nemico espugner`a la terra, e me uccider`a con voi, meritamente, invendicato, Perch'e mancai alla patria: se mi lasciate correre alle difese, ributteremo i barbari… o in ogni caso non morir`o senza vendetta… n`i i vostri occhi saranno funestati dalla mia strage… Sgombratemi il passo, tacete – e datemi l’arme”, – tacquero. Lo armarono, e quando fu partito ripresero il pianto con l’impeto del fiume che rotto l’argine straripa. Altrove la madre dest`o il figlio e lo spinse fuori delle domestiche mura: non mancarono donne le quali, mentite o non mentite le vesti, vollero a ogni costo uscire a combattere con gli amanti o mariti loro.
“All’arme! all’arme! – il nemico appoggia le scale alle mura… Pieruccio le ha salite per darvene l’avviso”.
Un orlo di fuoco manifest`o il contorno delle bastite di Firenze, le palle degli archibusi fioccarono spesse quanto la pioggia; gl’imperiali, disperati potersi pi`u oltre nascondere, fatto buon viso alla fortuna, continuarono a salire, animosamente gridando: Sacco! palle! citt`a presa!”
“Eretici senza fede! muggiva Lupo, udendo quel grido di sopra al suo campanile, citt`a presa! Almeno aspettate a dirlo quando porrete il piede su la piazza dei Signori; mentre si allestisce la festa, io vi mando la treggea”. E qui, toccati i sagri con la corda accesa, lanciarono un nuvolo di schegge mortalissime contro il fianco degli assalitori.
Filiberto, sconfortato da tante morti ordin`o si ritirassero le schiere, guardando prima di portar seco i cadaveri dei compagni, affinch'e i nemici, contemplata la mattina la strage, non avessero motivo di andare baldanzosi; e cos`i, come ordinava fu fatto, tornandosi tristi l`a donde poc’anzi con tanta audacia d’orgoglio si erano dipartiti e maledicendo di cuor loro il misterioso signore, il quale, pochi anni avanti, gli aveva spinti ad incontrare morti e ferite contro un papa, a favore di cui mandavali adesso ad esporre la vita. Grange, camminando verso la tenda, si volse dintorno a s`i, e scorgendosi prossimo il Bandino, gli disse in suono turbato:
“Or che cosa abbiamo guadagnato noi dal vostro consiglio, messer Bandino?”
“Parmi moltissimo”.
“E come?”
“Prima di tutto ci ha guadagnato il paradiso (ma questo, credo, meno di ogni altro), Perch'e se alcuna anima buona viveva tra noi, sciolta stanotte dai legami terreni, se ne and`o diritta diritta alle dimore celesti”.
“Tregua ai motteggi… noi camminiamo sul sangue”.
“Con buona licenza vostra, messere lo principe, lasciatemi proseguire; in secondo luogo, pi`u del paradiso per le allegate cagioni guadagnava l’inferno; – sopra tutti avete guadagnato voi, principe”.
“Io? tu mi deridi?”
“Dico da senno io; non sapete voi che il capitano Corrado Essio, venuto a morte, vi ha istituito erede d’ogni sua facolt`a?”
“Corrado `e morto? Ahi! mio buono, mio leale amico, io ne terr`o il cuore afflitto fino…”
“A domani”.
Il Bandino, rimasto solo, stese la mano in atto di minaccia dalla parte ove giace Firenze ed esclam`o:
“Quanto mi tarda la vendetta! Pur quando dovessi rimanermi solo ad oste contro di te, Firenze, o per forza o per tradimento vedrai il tuo giorno finale”.
Capitolo Decimoquarto
Il Morticino degli Antinori
Spunta il giorno: ma quantunque fosco, concede agli Orangiani la vista della bandiera imperiale inalberata su l’asta sotto la bandiera del comune di Firenze, e ci`o li concita a rabbiosissimo sdegno; la luce ancora manifesta al nemico il piccolo numero dei nostri, e ci`o gli partecipa ardimento. Filiberto spedisce ai colonnelli lontani messaggi con gli ordini accomodati alla occorenza; crollansi le compagnie e cambiano forma: era adesso suo disegno indirizzare alle punte estreme dell’ale della nostra milizia una mano di cavalleggeri e di fanti meglio spediti per circuirla, e cos`i divisa dalle mura tagliarle la ritirata e poi a bell’agio piombar addosso col grosso dell’esercito e sterminarla senza rimessione; se gli veniva fatto di superare l’ale, non uno dei giovani fiorentini sarebbe tornato a Firenze. Il signore Stefano, se avesse condotto numero pari di gente, o lo avesse avuto di poco inferiore, certamente avrebbe disteso le file all’avvenante che le allargava il nemico, dopo attelati gli eserciti, non si sarebbe rimasto dallo ingaggiare battaglia sopra tutta la fronte; ma essendo pochi, conobbe non avanzargli a perdere pi`u tempo e dover mettere ogni studio a ritirarsi; attese pertanto a rendere vano lo sforzo del nemico, prevenendo il suo moto; ordina ai capitani delle due punte girino velocissimi sul fianco destro i soldati che a lui posto nel centro stavano a mano sinistra, sul manco, quelli che gli stavano a destra; e descritta sul terreno una linea sferica, si uniscano in colonna ritirandosi per alla Porta di San Piero Gattolino; lui aveva molto bene considerato come cos`i procedendo i cavalli nemici potevano cogliere di fianco la colonna, romperla quasi serpe sul dorso e impedirle ogni via di salute; e a questo sper`o provvedere con la celerit`a dei passi, per cui, lasciato aperto certo spazio di terreno davanti i nostri, le artiglierie delle mura senza timore di offenderli potessero fulminare gl’imperiali e trattenerli da molestare la ritirata. Io non so quello sieno per dire i presenti uomini di guerra sopra tali ordinamenti di milizia; quello che so troppo bene si `e che anche con quei modi la umanit`a si lacerava e faceva delle sue osse biancheggiare la campagna; miserabile nostro destino, di cui non ispero, almeno per qualche migliaio di secoli, la fine.
Non andarono falliti i concetti del Colonna: le artiglierie fecero buonissima prova; gli Orangiani, essendo stati alquanto sospesi, perderono il destro a inseguirli; posto uno spazio tra loro e i nostri, costoro diventarono segno della tempesta di fuoco e di ferro che prorompeva fuori delle mura; quasi a morte certa correva chiunque si fosse avventurato su quel terreno. O per prudenza del capitano, o per beneficio della fortuna, vedevano gli Orangiani sfuggirsi di mano una preda ormai tenuta sicura. Ora avvenne come tra i primi cavalleggeri spediti dal principe a circuire l’ala sinistra del nemico si trovasse Giovanni da Sassatello, soldato italiano quanto valoroso in arme, altrettanto perduto di fama. Lionardo Frescobaldi, giovane d’inestimabile bellezza di corpo e di animo ferocissimo, caro sopra modo al Morticino degli Antinori pi`u per questa seconda che per la prima qualit`a, veduto per caso il Sassatello, lo chiam`o con gran voce:
“O ladro, f`atti oltre! – O ladro, non hai le gambe, come le mani pronte? F`atti oltre! Le palle di Firenze ti talentano meno dei suoi fiorini!”
Una palla vola tra la testa del cavallo e il capo del Sassatello, un’altra gli porta via il cimiero, un’altra interrandosi presso a lui lo cuopre di fango: ma i suoi giorni sono contati; lui procede sicuro come sotto le volte di Santa Maria del Fiore.
Lionardo afferra con ambe le mani la picca, che in quei tempi le fanterie usavano lunghissima, ed aspetta a pi`i fermo il momento di spingerla nel collo del cavallo; dove ci`o gli venga fatto, il destriere stramazzer`a in un viluppo col suo signore, e mentre questi grave di armatura tenter`a sollevarsi, lui, stretta la spada, lo spaccer`a da questo mondo. E se il destriero non era pi`u sagace del suo signore, senza fallo gli riusciva; ma l’animale saltando destramente da parte, schiva la punta la quale sfior`o in passando la gamba al Sassatello. Lionardo subito si volge impetuoso per timore di essere preso alle spalle; la troppa previdenza e la troppa prestezza gli nocquero; forte tenendo pur sempre nelle mani la lunga picca, imbatte nelle groppe del cavallo, che un’altra volta girandosi offerisce campo al Sassatello di ghermire il suo nemico pel collo, e cos`i fece, e trattolo a s`i, lo lev`o da terra. Lionardo si sentiva strangolare; tent`o rompersi il collarino e non pot`e aiutarsi; allora si risovvenne avere la daga, la trasse fuori, e sollevato il braccio incise profondamente il cavallo nella spalla; inferocito l’animale dallo spasimo, imperversa per la campagna traendo in sua bal`ia cotesti due inferociti. Lionardo agita le gambe per l’aria e stretto alla gola non profferisce parola alcuna di resa; al Sassatello sbattuto dalla corsa non 'e concesso assestare un colpo; fuga d’inferno era quella.
N'e per`o alcuno si moveva di schiera; solo il Morticino degli Antinori, per ordinario pallido, adesso poi cosperso di pi`u spaventevole pallore, accorre come forsennato, e giungendo le mani gridava da lontano:
“Capitano Giovanni, deh! per Dio, lasciatelo, lui `i un fanciullo: non gli far male, in nome del tuo Cristo; bada.... rammentati che tu pure hai un figlio di et`a uguale alla sua… Lasciatelo, Giovanni, io vi verr`o prigione invece di lui…”
“Vedi il gagliardo! io lo tengo come un’oca… Forse dalle oche impar`o a gridare; da cui il combattere? Per avventura, Antinori, da te?”