Итальянский с любовью. Осада Флоренции / L'assedio di Firenze
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“Capitano generale, vi `i caduto roba di tasca”.
“Qual roba?”
“Una carta e una borsa”.
“Una carta! Ah! la lettera!” – E tinto del pallore della morte, – “Spero, proseguiva, o messere, che vorrete rispettare il segreto di un foglio capitatovi per questa via nelle mani”.
Cencio, quel suo fedele cos`i corrivo a pungerlo di parole, eragli poi legato per la vita con le opere; senza Cencio, Malatesta non avrebbe impreso tanti avviluppati disegni, o senza fallo vi si smarriva dentro. Cencio poteva chiamarsi l’angelo custode del delitto; ed ora vedendo lo imbarazzo dei suo signore, lo soccorse piegandosi all’orecchie del Castiglione per susurrargli con arcano:
“Egli `e concio fino all’osso di male francese, e pur non si rimane dal mantenere commercio con femmine di ogni maniera”.
“Quando anche”, – risponde il Castiglione al Malatesta toccando con la mano destra la lettera, ve la mandasse papa Clemente, conosco troppo gli uffici di gentiluomo per prevalermi nel caso… Prendete, capitano generale…”
Malatesta stendendovi sopra prontissime le mani, aprendo le labbra ad un sorriso, mentre gli stavano i denti stretti pel freddo della paura, sibil`o in certo modo le parole che seguono:
“E’ sarebbe, messere, bene strana novella che io mi presentassi a giurare fedelt`a co’ patti del tradimento sopra la persona....” Ormai il cuore di Malatesta ha messo il tallo sul delitto; i suoi fati lo tirano.
Intorno alla croce vicino al palazzo sopra la base giace con la faccia stesa a terra un uomo vestito di sacco, cinto di corda traverso i fianchi, nudo le braccia, le gambe, i piedi scalzi; le chiome folte e sordide gli si ripiegano sopra la fronte; le mani tiene giunte in atto di orare: estenuato pi`u che a corpo tuttora vivo si sarebbe creduto possibile; se mai vedeste il san Giovanni dal Donatello condotto in bronzo, avrete idea pi`u completa di questa creatura e a me risparmierete la fatica di meglio efficacemente descriverla. Costui aveva nome Pieruccio. Chi `e Pieruccio? Nessuno sa dire se venisse a Firenze piovuto dal cielo, o se ve lo avesse balestrato la terra, come il vulcano una pietra; quanti anni contasse ignoravano: la sciagura aveva prevenuto l’et`a nella rovina, e il tempo non trov`o ruga da aggiungere o contorno da guastare; le intemperie perdevano forza sopra di lui, le infermit`a non l’offendevano; forse le tribolazioni alle quali va sottoposta la rimanente specie umana volevano rispettare intanto quel santuario di dolore.
I fanciulli quando lo udivano profetare per la via, gli gridavano dietro: Pazzo! pazzo! – e ai gridi aggiungevano sassate e offese d’ogni maniera. Il povero Pieruccio si volgeva e in suono pietoso domandava: Perch'e mi offendete? Ma i fanciulli, tratti da naturale vaghezza a mal fare, ch'e in ci`o mi trovo d’accordo con santo Agostino [16] , non gli attendevano, anzi vieppi`u lo infestavano, sicch`i talvolta, la pazienza mutata in furore, ne afferrava alcuno, la mano alzava a percuoterlo, ma, vinto all’improvviso da tenerezza, lo rimandava baciandolo e benedicendolo. In Gerusalemme per avventura lo avriano adorato, poi forse crocifisso come profeta; a Firenze alcuni lo salutavano santo, pi`u molti lo tenevano matto; chi avesse ragione non saprei, e chi torto nemmeno; forse dipendeva dal punto del quale lo consideravano; certamente amava la patria. Quando gran parte della milizia ebbe passata la croce, ecco ad un tratto lui balza in piedi come tolto fuori di s`i, porge la destra mostrando un teschio umano al popolo ed esclama:
16
Aurelio Agostino d’Ippona (354–430) – un filosofo, vescovo e teologo latino, autore delle Confessioni.
“Meglio per voi se le vostre teste fossero come questa inaridite; almeno qui dentro stanziano le formiche e talvolta anco le vipere, nelle vostre poi non trova luogo n`i anche un pensiero. La maledizione di Dio vi ha percosso; – avete gli occhi e non vedete, avete gli orecchi e non ascoltate. Guai a te, o Firenze! Chi vuole intendere intenda”.
Frattanto Malatesta e la sua comitiva si accostano tanto alla croce che di leggieri possono intendere le parole del profeta. Il Pieruccio nel vederselo comparire davanti non muta aspetto, non varia discorso, anzi indirizzandosi baldanzoso al Baglione, “Ecco”, – esclama, – “ti riconosco all’impronta di Caino; n`i cotta di arme n`i carne od ossa nascondono allo sguardo di Cristo il pensiero del tuo cuore. Altri ha tradito il Figliuolo di Dio, tu ne tradisci la figlia… per`o che la libert`a nacque del primo palpito di compassione che il Creatore sent`i per la sua creatura… Pentiti! Se Giuda `i tormentato settanta volte, tu lo sarai settanta volte sette…”
“Toglietemi dinanzi quel pazzo!” – grida Malatesta con labbri tremanti… – “cacciatelo via… trucidatelo…”
“Addosso! Al matto! Ammazzatelo! Ammazziamolo! – `I un profeta. – Se la intende col diavolo. – Tacete, impostore, avrebbe dato la posta al diavolo a pi`i della croce? – `I un santo, vi dico. – Un ladro, ammazziamolo”. Cos`i le turbe; e il Pieruccio, con tale una voce che super`o il mugghio delle turbe proruppe:
“Tu sarai tormentato settanta volte sette!”
Frattanto Signoria e il Baglione procederono in silenzio. Giunti presso al palazzo, Malatesta facendosi pi`u dappresso al Carduccio, gli favell`o:
“Spero, magnifico messere, che vi darete ogni cura di porre al martore il ribaldo che in me per ben due volte oggi offendeva la maest`a della Repubblica, e quindi, come conviene, gli mozzerete la testa”.
“Strenuissimo capitano, gli Otto e la Quarantia hanno potest`a di far sangue, non io; provvedetevi davanti a cotesti magistrati… Ma torner`a poi in onor vostro, messere, contendere col pazzo? – Pensateci!…”
“Se lo tenete per matto, allora chiudetelo”.
“Prima dei pazzi vorrebbersi sostenere uomini bene altramenti pericolosi alla citt`a, Malatesta…”
“E quali, messere?”
“I traditori”, – concluse il Carduccio.
Capitolo Decimoterzo
L’assalto notturno
Nella tenda di Filiberto principe di Orange giocavano chi a dadi, chi a scacchi, giochi, se la tradizione ci racconta il vero, trovati da Palamede all’assedio di Troia; e pi`u a carte come le invent`o il Grignoart, per trastullo all’imbecilit`a di Carlo VI re di Francia, o modificate a tarocchi, scoperta non invidiabile degl’ingegni fiorentini, i quali vollero significare nei re, nel diavolo, nel papa e nelle rimanenti figure scherno o ira contro le fazioni prevalse nel governo della Repubblica: carte e figure le quali adesso non rappresentano pi`u nulla, tranne un consumo di tempo che, attesa l’erpete morale della presente societ`a, non pu`o riputarsi male impiegato per la ragione che diversamente si correrebbe rischio d’impiegarlo anche peggio.
Giocavano: e quivi, come nei tempi andati e successivi, avresti potuto contemplare il riso ostentato di chi perdeva la sua ultima moneta, – riso che muove a compassione e spavento; la tristezza finta di chi vince, tristezza ch’eccita rabbia; poi le mani trepidanti di tutti; del perditore per passione di sapersi spogliato, del vincitore per cupidigia di rapire l’ultimo soldo; e gli occhi riarsi di cupa fiamma nel disperato, scintillanti di vivido splendore nel favorito dalla fortuna, e gli ammicchi, e le parole brevi susurrate dentro gli orecchi, e il furtivo stringersi delle mani.
“Io non ricusai i vostri conforti, ora abbiatevi i miei, e sappiate, principe, che io conosco una via per la quale non solo non perderete, ma accrescerete la reputazione da voi acquistata meritamente e mantenuta fin qui”.
“Davvero, Bandino? Oh! io ti saluter`o angelo mio custode, – non tanto per me, vedi, quanto per la nobile madre mia; ella morirebbe di dolore, se sospettasse un simile fatto…, ella scenderebbe nel sepolcro contristata. Copritemi il volto del lenzuolo funerario, ond’io non veda il disdoro della mia famiglia, ella direbbe. Or dunque parla, Bandino, ridammi la vita e pi`u che la vita…”
“Bisogna dar l’assalto a Firenze”.
“E quando?”
“Tra due ore”.
“Tra due ore, Bandino?”
“Nulla manca. I Sanesi provvidero quattrocento scale per salire, i ferri e gli uomini per trucidarsi sono pronti”.
“E a che mena l’assalto?”
“O voi espugnate la citt`a, e allora avrete danaro pi`u che non basta a soddisfare le paghe…”
“E se, come temo, non l’occupo?”
“Vi moriranno tutti o parte i creditori; e in ogni caso saranno tanto importuni di meno”.