ЖАНРЫ

Итальянский с любовью. Осада Флоренции / L'assedio di Firenze

Гверрацци Франческо Доменико

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Il vecchio si allontan`o; abbandonate le redini, si lasciava in balia del cavallo; avvertito di badare alla strada, non pareva intendesse; domandato a grande istanza pi`u volte chi fosse colui del quale gli era occorso il cadavere e per quali casi a lui noto, non d`a risposta: molti argomenti adoperati e tutti riesciti a vuoto, Annalena e Vico non cercano rimuoverlo dal suo pertinace silenzio.

“Significate al signor commissario che Vico Machiavelli giunto or ora da Firenze ha da consegnarli lettere degli magnifici signori Dieci di libert`a e guerra”, – diceva Vico, smontato in Empoli al quartiere del Ferruccio, alla lancia spezzata che v’era posta di guardia.

“Non si pu`o. Il commissario ha comandato che per cosa al mondo non si turbasse prima dell’Ave maria del giorno”.

“Andate tuttavia; e se dorme, svegliatelo”.

“Ferruccio non dorme: guardate quella grand’ombra sopra l’opposta muraglia, `i il signor commissario Ferruccio che passeggia su nella sala del primo piano”.

“Dunque avvisatelo”.

“Non si pu`o; l’ordine non lo concede”.

“Almeno portategli o fategli portare questo piego”.

“Non si pu`o; l’ordine non lo concede”.

“Il diavolo riposi le tua ossa”, mormora tra i denti Ludovico, e subito dopo riprese:

“Ebbene, tostoch`i giunge l’Ave maria recategli questi fogli: se mi vorr`a, ditegli che sono al quartiere; se mal ne avviene, il mio debito `i compito.”

E quinci si partiva sdegnoso; ma appena fu in lui un poco queto quel primo impeto d’ira, ripensando come il Ferruccio, avendo tolto l’arduo incarico di ripristinare l’onore della milizia italiana, doveva mostrarsi zelantissimo della disciplina, e il danno poco ed incerto che poteva derivare dal soverchio rigore non era da paragonarsi a gran pezza al danno immenso e sicuro che sarebbe nato dalla troppa rilassatezza, – concluse, siccome gli avveniva il pi`u delle volte, di dar torto a s'e, ragione al Ferruccio.

Si ridusse ai quartieri – apre la porta rimasta socchiusa, penetra nella stanza e vede Annalena e il padre di lei seduti davanti al focolare e cos`i sprofondati nelle proprie meditazioni che non si accorsero della sua presenza, presa pertanto una scranna, lui si pose dall’altro lato del focolare di faccia a Lena.

Lucantonio all’improvviso, senza muovere ad atto alcuno le membra, senza quasi agitare le labbra, come se la voce partisse da precordii di pietra, in suono roco parl`o:

“Annalena…, voi cesserete d’ora in poi di chiamarmi padre… Perch'e… Perch'e voi non siete mia… figlia…”

Pass`o forse mezza ora di tempo, a capo della quale Lucantonio, ma questa volta con voce tremula, che l’umanit`a tornava a soperchiare sul cuore del vecchio, riprende:

“E mi era cos`i dolce sentirmi chiamar padre…! e da te, Lena! ed ora mi chiamerai Lucantonio senz’altro, Perch'e non mi sei figlia”.

La passione gitt`o gli argini; scoppi`o da’ suoi occhi irrefrenato il pianto; strinse con impeto convulso tra le sue braccia Annalena, ed Annalena lui: pareva ambedue s’ingegnassero mantenere a forza di amore quanto avesse potuto perdere per natura il vincolo che da tanti anni gli univa.

“Ahim'e!” – riprese il vecchio ponendo una mano sopra la fronte alla fanciulla, “questo tuo capo innocente non seppe immaginare il male neppure all’insetto che ti pungeva, ed ora dovr`a contenere il germe dell’odio ch’io vi semino dentro… Dio voglia che rimanga senza frutto! D’ora in poi, quando camminerai tra i campi nel bel mese di maggio, i fiori non avranno pi`u profumi per te, non pi`u canto gli uccelli, non pi`u sorriso la natura: occuper`a l’anima intera una tremenda contemplazione di misfatti; i tuoi sogni verginali cesseranno, atroci fantasmi ti sveglieranno nella notte, e tu stenderai paurosa la mano sul guanciale, Perch'e nel sogno ti sar`a apparso temperato di sangue: ascoltami, io ti racconto una storia funesta; tu la crederai appena, tanto ella `e truce; io la vidi con questi occhi, con questo cuore io la sentii, e forse non ti rendo con le parole la millesima parte del vero. E Lucantonio riprese: Quel uomo che avete veduto, or non `e guari, cadavere miserabile sotto le zampe del mio, era Naldo Monaldeschi, traditore e omicida dei tuoi genitori e della mia famiglia, Annalena. Tu nasci dei Tosinghi e sei di Prato; io nacqui in Casa di tuo padre; a lui per fortuna sarei stato famiglio, ma l’amore ammendando i torti della fortuna ci volle fratelli, imperciocch'e mor`i nascendo lui la madre sua, noi bevemmo la vita dal medesimo seno, e le nostre braccia s’intrecciarono da pargoli sopra un medesimo collo”.

Vico, Annalena e Lucantonio si strinsero in un solo abbracciamento e proruppero in grido doloroso. Annalena giunse le mani e alzandole al cielo diceva:

“O Signore, io sperava tu mi avessi conceduto la vista della mia genitrice”.

…I giovani stavano per consolare Lucantonio, quando furono trattenuti da un secondo colpo pi`u fortemente bussato.

Capitolo Ventesimoquinto

Volterra

Era Francesco Ferruccio. Lui s’inoltr`o con passi gravi, e in sembiante severo; ma quando vide la fanciulla atteggiata di dolore, quasi statuetta che un bel pensiero di artista abbia posto sul sepolcro di un primogenito o di sposa nuovamente divelta dalle braccia – forse dal cuore – dell’amato consorte quando dal volto di Vico e di Lucantonio conobbe l’angoscia esser passata col`a, di severo divenne mesto ed appoggi`o il gomito destro sul pomo dello spadone, sopra la mano la faccia. E dopo alcun tratto di tempo incominci`o:

“Ludovico, io sono venuto a dirvi addio. Prima che nasca il sole, mi `i forza partire in servizio della Repubblica per impresa piena di pericolo e di gloria. I giorni dell’uomo sono uguali ai passi del viandante, – i giorni del soldato trovano appena paragone nei passi del cavallo che fugge”.

Ludovico alz`o gli occhi attonito e rispose:

“Perch'e rimango io?”

“Per ordine dei signori Dieci consegner`o” la terra al nuovo commissario Andrea Giugni…”

Costui conobbi sempre studioso della licenza, la quale, finch'e non trovi luogo a dimostrarsi nel suo brutto sembiante intera, assai sovente si scambia con la libert`a, uomo di corrucci e di sangue, non di quell’animo fermo che i gravi casi della patria domandano, di costumi corrotto e superbo, ogni bene riposto nei grossolani diletti della vita. La impresa a cui mi prepongono i Dieci giover`a assai alla salute di Firenze, Perch'e, vincendola, come, da Dio sovvenuto, confido, ridurr`a alla sua devozione una citt`a ribelle, e il suo credito scaduto verr`a a rinverdire; in ogni caso, scemer`a forza all’esercito, Perch'e Orange mander`a gente a tentare di ricuperarla. Per`o il danno non compenserebbe il vantaggio perdendo Empoli: finch'e conserviamo questa terra, non sar`a mai spacciata la patria; la campagna ci `e aperta fina a Pisa, comodissima ci sovviene la facilit`a di provvedere gli assediati; insomma il Palladio di Firenze si conserva qui dentro. Or dunque voi comprendete di quanta importanza mi sia lasciarvi persona sicura che vigili attentissima tutti i casi che possono accadere alla giornata e me ne ragguagli con diligenza”.

“Ma”, – riprese esitando Ludovico, – “la promessa che voi faceste al padre mio moribondo mi suona diversa; o non prometteste voi ch’io vi sarei morto al fianco per la patria combattendo?”

“Vico, io non muto mai; ma dite: voi da quel tempo in poi nulla vi sentite mutato? Allo amore di patria non si mescol`o per avventura un altro amore? Vostro malgrado, non si lev`o nel cuor vostro un istinto di conservazione per la vostra vita dacch'e un’altra vita vi preme molto pi`u della vostra? `E santo il vostro affetto, ed io lo approvo; pure sarebbe stato meglio che vi avesse acceso in altra stagione. Ma i fati reggono gli eventi; io poi non domando mai cose superiori alla umana natura; male, penso, si lascia il fianco della sposa per affaticarsi quotidianamente al raggio del sole in battaglia”.

“Messere, l’uomo difender`a per religione quel sepolcro, Perch'e contiene le ossa de’ suoi congiunti e conterr`a le sue; ma se vi aggiungi la difesa della sua sposa e dei figliuoli, allora il soldato ti parr`a fulmine di Dio contro i nemici: io mi rammento avere udito raccontare dal padre di Vico come gli antichi Spartani non accettassero combattenti nella falange sacra dove non fossero innamorati…”

“E che vorreste fare, giovanetta?” – le domanda amorevolmente il Ferruccio.

“A lui”, – riprese Annalena additando Vico, – “quello che spetta a moglie d’uomo che combatte per la difesa della patria; a voi quanto incombe a figliuola di padre affettuosissimo: io per me abborro il sangue, e la guerra `i necessit`a che deploro con tutta l’anima; apprester`o bende e rimedi alle ferite mentre voi vi avventurate al pericolo di riceverle; vi veglier`o infermi; vi temperer`o con freschi pannilini l’ardore delle membra quando vi travaglier`a la febbre; ricever`o nel mio seno il colpo che vi sar`a indirizzato… vivr`o con voi, e per voi morir`o”.

Il matrimonio di annalena e Vico fu celebrato nelle domestiche pareti, ch`i prima del concilio di Trento molte formalit`a, diventate in seguito sostanziali, si trascuravano; mancarono i riti solenni; non vi assist`i la corona dei parenti e degli amici. Il Ferruccio, modesto com’era, and`o lui stesso per il prete. Furono nozze dicevoli al soldato in procinto di perdere la vita, alla donna che corre pericolo di diventare vedova prima che sposa. La religione del cuore suppl`i alle pompe religiose, l’amore immenso dei pochi alla proterva allegrezza dei molti convitati.

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